Paternità

Perchè non parli, papà?

Papà, perchè non parli? ... bella domanda! verrebbe da dire. Ma soprattutto, quali nostre debolezze, errori o mancanze mette a nudo? Proviamo a fare un gioco: immaginiamo l’effetto che questa domanda fa a seconda della persona che la pone.

Mi immagino un figlio che dice: papà perché non parli?  E questa scena mi riporta subito la mente ad una figura paterna assente, incapace di comunicare con il proprio figlio, incapace di capire che il proprio figlio ha bisogno delle sue parole, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti. Ha bisogno cioè che i pensieri ed i sentimenti del suo papà si materializzino in qualcosa di comprensibile perché comprensibili non sono. Questa domanda, innocente, pacata ma forse anche disperata, inchioda il papà alla sua responsabilità di non essere stato ancora in grado di farsi comprendere dal proprio figlio malgrado abbia avuto tantissime occasioni per farlo. Con il linguaggio del corpo, con il linguaggio delle attenzioni e della cura, con il linguaggio – indiretto - della sua compagna, con le sue semplici parole.

Mi immagino adesso una compagna, una mamma, che dice: papà perché non parli? La scena potrebbe essere a tavola, la famiglia riunita che discute di qualche argomento rilevante, che so, relativo a qualche cosa che è successa ed ha turbato i figli, oppure riguardo una marachella commessa da un figlio sulla quale occorre subito intervenire per inquadrare il problema dal punto di vista educativo e riportarlo all’interno delle regole educative di famiglia, oppure una decisione importante relativa alla vita in casa. Un uomo al quale la moglie pone una domanda del genere, chiamandolo volutamente “papà” di fronte ai bambini, nel preciso intento di stimolarlo a svolgere il proprio ruolo di co-genitore , è un papà che non si è ancora calato nel ruolo che la sua stessa vita gli ha assegnato, è cioè un compagno di una donna con la quale ha intrapreso un progetto familiare, ma con la quale non ha ancora avviato quel “discorso permanente” che è la genitorialità, fatto di confronto, intesa, aiuto reciproco, scontro costruttivo. L’assenza di tutto questo porta  questa madre a chiedere pubblicamente (cioè a tavola) al padre di intervenire dando il proprio contributo, ma di fatto l’effetto ottenuto è quello di smascherare agli occhi dei figli l’assenza di un progetto comune fra i genitori e l’assenza – forse – di un rispetto reciproco.

Infine mi immagino di leggere questa domanda sul web, che so, magari su un sito dedicato alla paternità, alla genitorialità (!!) dove lo scenario è completamente diverso. E’ probabile infatti che i lettori di questo tipo di spazio web siano tutt’altro che padri assenti o inconsapevoli del loro ruolo. Sono padri che, magari silenziosamente, hanno la curiosità di leggere di confrontare le proprie convinzioni con quelle di chi scrive, oppure hanno una salutare apertura mentale che li rende disponibili a costruirsi una propria opinione riguardo la paternità grazie alle argomentazioni che trovano trattate e segnalate sul web. Ecco, questi padri presenti a loro stessi ed al loro ruolo, ma assenti al “tavolo della discussione”, sono padri che hanno bisogno di alcune necessarie condizioni per uscire allo scoperto. Devono dar fiato alla loro voce, trovando la voglia, il coraggio, l’intraprendenza di parlare; devono trovare un linguaggio che permetta loro di parlare dei problemi dei papà, dei sentimenti dei papà, delle difficoltà dei papà, delle paure dei papà, delle gioie dei papà, della realizzazione del papà senza necessariamente percorrere anzi ripercorre la strade delle mamme; devono trovare un “luogo” dove questo possa avvenire. Allora eccoci qua. Costruiamo noi questo linguaggio, costruiamoci noi questo luogo, così finalmente non ci sentiremo mai più dire: Papà, perché non parli?   

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Federico Ghiglione
Professione Papà
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