Genitorialità

Essere bimbi, che stress!

Allora, senti …ehi mi stai ascoltando? Si si ti sento. No perché quello sguardo lo conosco, quando fai quella faccia lì è proprio quando mi fai parlare per mezz’ora e poi non ti ricordi niente.
Ma no dai, ti seguo. Tranqui.

Allora memorizza: Samu (10) il Lunedì e Giovedì fa calcio, Martedi e Venerdì nuoto, il Mercoledì invece – che esce più tardi da scuola – si ferma a fare Francese e poi va a tennis con Alessandro (7). Alessandro invece fa calcio il Martedi e il Giovedi. Francese lo fa con il suo amichetto il Lunedi mentre a nuoto vorrei chiedere se lo possiamo iscrivere il Venerdì con Samu. Il mercoledì ha catechismo. Ma non aveva tennis? Ahhhhhhh allora mi segui? Certo che ti seguo. Allora visto che sei connesso vuoi che ti dica già tutti gli orari? No, vabbè, quelli poi magari me li scrivo.
Ecco vedi, se cominci a fare così come si fa a organizzarsi?! Guarda che ci saranno dei giorni che ti chiederò di uscire prima dall’ufficio per ritirare i ragazzi a calcio o per portarli a nuoto e poi guarda che se i nonni per un motivo o per l’altro non possono accompagnarli dovremo intervenire noi, cioè tu che sei più libero.
Mi manca l’aria.
Dal sedile dietro arriva una vocina timida: Ma non potete lasciarmi almeno un giorno libero?
Cosa dici Samu?
Dico se non potete lasciarmi un giorno libero.
E per fare cosa?!?!? (diciamo quasi in coro).
I compiti.
Attimi di silenzio. Guardo la mia faccia nello specchietto retrovisore e noto una diseducativa, strafottente, sbagliata, insopportabile, fuori luogo, espressione che mi sono portato dietro dagli anni del liceo, quando la mia pagella era una specie di schedina ed io ero segnalato alle autorità internazionali come uno dei più grandi fancazzisti del pianeta.
Mi giro verso mia moglie e vedo in lei un’altra espressione: quella che sfodera quando qualcuno osa intromettere anche un piccolo bastoncino nelle ruote del suo complicatissimo ingranaggio organizzativo.
Siamo impietriti, io sto per ridere, lei sta per esplodere.
Meglio che parli io. Mi do una rassettata, mi tolgo il sorrisino dalle labbra, imposto la voce, respiro profondo: Amore ….. per i compiti abbiamo avuto sempre tempo e generalmente li facciamo il sabato insieme, oppure dopo lo sport la sera, ora stiamo parlando delle attività che fai quando esci da scuola. Non puoi mica passare il pomeriggio da solo in casa con la tata che tiene il piccolino (il terzo fratellino di 1 anno).
Ma starei in camera mia a fare i compiti.
Guardo nello specchietto. Voglio vedere se davvero mi assomiglia. Non posso credere che mio figlio, sangue del mio sangue, possa aver prodotto una richiesta del genere. Mi sembra di intravedere una lieve somiglianza che non avevo mai visto, col commercialista del piano di sotto. Quello è stato sicuramente un secchione terribile. Vabbè.
Guardo mia moglie, ridacchio, lei meno. Si dà una rassettata e parla anche lei: Samu, amore, senti, dici che vuoi un giorno libero ma poi lo so che ti annoi tutto il giorno e quando arriviamo la sera sei nevrastenico.
Il mediatore che è in me risolve dicendo, vabbè Samu proviamo un po’ così poi magari lasciamo perdere una volta di nuoto che lo fai da tanti anni e non è proprio necessario andarci due volte.
Samu sbotta. Ecco, uffa che rottura!
Samu, guarda che quelle che ti facciamo fare sono attività divertenti non sono punizioni! Accidenti, potresti essere un po’ più riconoscente!
Interviene Alino (7) fino a quel momento zitto. Pà, guarda che quelli che ci fate fare non sono giochi, sono impegni.
Riguardo mia moglie. Siamo gelati e seri.
Ecco! Le dico con gli occhi. Eccolo qui il punto.
I nostri figli non giocano più, non hanno più tempo per giocare, non abbiamo più tempo da regalar loro per farli giocare. Ci siamo inventati lo sport, i corsi di francese, di canto, di disegno, di recitazione, sostanzialmente perché non possiamo più lasciarli in casa, tenerli in casa a giocare, semplicemente perché noi in casa non ci siamo o ancora più semplicemente perché tenerli a casa vorrebbe dire “non farli uscire” perché non è più pensabile immaginare un bambino che possa giocare per strada o sotto casa nel cortile.
Ed eccoli li i nostro figli-soldatini che dopo la scuola hanno impegni e non giochi, sport e non giochi, colleghi e non amici, compagni di squadra e non amici. Eccoli li i nostri figli che stiamo crescendo con soldatini irreggimentati in orari, regole, impegni.
D’altra parte non stiamo facendo altro che insegnar loro a vivere la vita che dovranno saper vivere, fatta di orari, impegni e colleghi, quindi, anche se con un po’ di malinconia, forse, stiamo facendo la cosa giusta.

Federico Ghiglione
Professione Papà
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