Genitorialità

Ciliegie a volontà - La noia che educa

Accendo la moto e comincio a scendere lungo la strada che stamattina mi porta dalla campagna -dove abbiamo portato i bimbi - alla città dove ogni giorno lavoriamo. Il ritmo delle curve, il rombo del motore, l’aria fresca, conciliano i pensieri.

Mi dico: Abbiamo proprio fatto bene a portare su i bimbi. In città si muore dal caldo e il caldo innervosisce e sfinisce i bambini. Anche se li porti al mare, sono sempre nervosi. E poi lassù c’è quiete, ci sono ritmi lenti, non c’è proprio niente da fare. E’ proprio quello di cui hanno bisogno. Si dai, speriamo proprio che si annoino.

I nostri bimbi hanno bisogno di lentezza, di tempo, di non correre, di non avere orari, di non avere programmi, progetti, procedure da rispettare, allenamenti da svolgere, programmi da portare a termine, partite da vincere, allenamenti da non disertare, allenatori da non deludere, compagni da non trascurare, lezioni da non perdere, compiti da recuperare, abilità da acquisire.

I nostri bambini hanno bisogno di giocare. Di ciondolare, di non sapere cosa fare, di doversi ingegnare per inventarsi un gioco, di inventarsi un gioco solo per il gusto di ingegnarsi.

Durante l’inverno, la vita folle che ci siamo costruiti, li costringe a vivere il loro tempo come un continuo impegno. Lo spazio che un tempo era lasciato ai bimbi per giocare, adesso è occupato da “impegni”. Il calcio, il nuoto, il tennis, il francese, la danza, la recitazione, il judo, la scherma, il disegno, la recitazione.

Glieli spacciamo per “giochi” ma sia noi che loro sappiamo benissimo che non lo sono.

Che gioco è una roba con un orario fisso di inizio e fine? Che luogo di gioco è uno spazio dove c’è un allenatore che si arrabbia tantissimo? Che spazio di gioco è quello in cui non ci si può muovere liberamente?

Quelli non sono giochi, sono discipline. Lo sappiamo bene noi genitori che li utilizziamo come unica alternativa alla mancanza drammatica di tempo da dedicare ai nostri figli e come palliativo alla disastrosa mancanza di spazi sicuri dove lasciarli semplicemente liberi; e lo sanno loro che diventano dei piccoli manager del loro tempo e della loro attività sportiva irreggimentati e nevrotici come degli atleti professionisti o come dei tristissimi turnisti.

E allora, questa mattina, scivolando lento fra le curve in mezzo al verde, mi sto augurando che questo micro paesino di campagna, senza strade né negozi, regali ai miei figli la straordinaria esperienza della noia. La noia di uscire di casa senza sapere che cosa quel giorno ci sia da fare. La noia di dover costruire ogni singolo minuto della giornata, lasciandosi incuriosire, sorprendere, trascinare, coinvolgere da ogni piccolo evento nella speranza di costruirci intorno qualcosa di divertente, emozionante, strano, nuovo.

La noia di smettere di giocare a pallone non quando “finisce l’ora” ma quando non se ne ha più voglia, oppure quando il pallone si buca o finisce nell’orto del vecchietto burbero che non te lo ridà. Allora il gioco cambia e si gioca a intrufolarsi di nascosto nel suo giardino per riprenderselo senza farsi vedere e magari si scopre che ha un meraviglioso albero di ciliegie e - se ci si nasconde bene -  si può anche rubargliele tutte, appena viene buio.

La noia di stufarsi di giocare a calcio nel solito modo ed inventare nuove regole bislacche che se colpisco la traversa vale due e il palo vale uno e se invece il portiere para o tocchi il palo con la mano immediatamente oppure lui ti tira il pallone addosso e perdi tutto.

La noia di dover inventare un gioco che piaccia a tutti, con regole accettate da tutti, in un posto che vada bene a tutti; ed allora il gioco diventa un capolavoro di mediazione e un equilibrio di rapporti dove si comincia a giocare il gioco della vita, dei rapporti, delle simpatie, delle gerarchie, delle convenienze, delle prepotenze, delle astuzie, delle strategie, delle conquiste, degli odi e degli amori.

La noia di alzarsi al mattino e non avere nulla di elettronico che si accende, nulla che basta schiacciare un pulsante che “gioca da solo”, nulla che sia già pronto e confezionato ed allora trovarsi costretti a scavare nella propria immaginazione per fare in modo che quell’asse di legno abbandonata diventi una nave in tempesta che ha bisogno di un capitano coraggioso che la sappia timonare e marinai spietati che sappiano usare il cannone per allontanare il nemico che si avvicina, e poco importa se il timone assomiglia vagamente ad un rastrello e il cannone ad un innaffiatoio. In tempesta non si bada a certe sfumature.

“Ehi mozzo, tu controlla che non ci abbiano colpito, e tu marinaio, carica il cannone e spara, accidenti a te, non vedi che il nemico avanza!?. Dai ragazzi, resistiamo, che se passiamo questa tempesta e vinciamo questa battaglia stasera si va a fare bisboccia alla locanda del Vecchio Burbero. Ciliegie a volontà per tutti i vincitori”.

Federico Ghiglione
Professione Papà
Via Fieschi 3 – GENOVA - 16121
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Cell.335.8025588

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